domenica 28 febbraio 2010

Grecia: prove generali dell'Europa

Valerio Lo Monaco
ilribelle.com

Quanto accaduto alcuni giorni addietro in Grecia, ovvero lo sciopero generale per protestare contro le misure eccezionali prese dal governo Papandreou per ridurre le spese, che ha visto in piazza centinaia di migliaia di persone, con diversi e accesi scontri con le forze dell'ordine, merita una attenzione particolare. Certamente più profonda di quella riservata all'evento dai media nostrani e internazionali che, nella migliore delle ipotesi, si sono accontentati di raccontare brevi cenni di cronaca. Quanto avvenuto è infatti paradigmatico di una situazione generale, oltre alla evidente contingenza locale della Grecia. Di più: i fatti di Atene rappresentano le prove generali di quanto, con molta probabilità, sta per accadere a larga parte d'Europa - Italia inclusa - e in modo più esteso è la diretta conseguenza di quanto, da decenni, sta covando di fatto in tutto il mondo.

La riflessione "bucata" dalla quasi totalità di stampa e televisioni - nonché da larga parte dei sedicenti intellettuali da salotto - riguarda infatti l'aspetto generale, e dunque esistenziale, comune alla società nel suo complesso.

La cronaca e le motivazioni della protesta sono note e semplici da rammentare: larghissima parte della popolazione greca protesta contro il governo locale per i fortissimi tagli imposti dallo stesso alle finanze dello Stato e dunque a tutti i cittadini. Tra le altre cose, si tratta di congelamento dei salari e soprattutto di inevitabili e drastiche riduzioni dei servizi.

Solo di passaggio, vale bene rammentare che l'attuale governo greco è considerato "socialista", e per chi abbia memoria storica di tale termine - al di là del fatto che oggi si dichiarano socialiste, nel mondo, anche tante forze che di interessi sociali hanno poco o nulla - rimane comunque, se non altro dal punto di vista terminologico, l'evidenza della contraddizione.

Il punto è che i tagli operati in Grecia provengono da ferree direttive europee: in ordine agli aiuti che l'Europa darà alla Grecia per superare (almeno così si spera...) l'attuale momento di grave crisi, si chiede, cioè, si impone, al governo greco di operare dei tagli a colpi di mannaia sulle spese pubbliche. Non fosse che, queste spese pubbliche tagliate, sono esattamente quelle di stampo sociale che vanno a colpire, pertanto, proprio la popolazione.

Gli striscioni in testa ai vari cortei sono a senso unico e fanno capire immediatamente la natura della protesta: "noi (cittadini) non vogliamo pagare per una crisi che non abbiamo causato".

Inutile insistere sul messaggio: è chiaro. E sacrosanto. In Grecia sta avvenendo né più né meno che quanto è nell'ordine delle cose (e su queste pagine lo abbiamo anticipato in tempi non sospetti): la crisi economica globale, generata in primis dal fallimentare stesso sistema economico alla base delle nostre società, e portato alle estreme conseguenze dalla ingordigia della finanza, sarà pagata direttamente da chi non ha colpa alcuna. Fatta eccezione, naturalmente - e se di colpa possiamo parlare - il fatto che oggi, in vasta parte del mondo, c'è ancora chi non riesce a mettere a fuoco il punto principale del nostro sistema di sviluppo, pende dalla labbra di chi perdura a sostenerlo (di una parte o dell'altra) e non riesce a fare il passo successivo che vuole in una critica radicale del modello stesso (e dei suoi rappresentanti politici, di una parte o dell'altra) il punto principale di protesta.

Per essere chiari e rimanendo nell'ambito greco: se anche cadesse Papandreou, e arrivasse a governare una forza politica opposta - ma interna alla stessa logica sistemica - i tagli che la Grecia dovrebbe operare sarebbero i medesimi. La politica interna degli stati europei non è appannaggio locale, statale, ma centrale. Diretta conseguenza di decisioni prese altrove. E si tratta di decisioni prettamente economiche, non politiche. Attinenti dunque all'aspetto materiale, non relativo "al" politico. Diretta espressione, pertanto, di volontà meramente economiche, come Banche & Co., che nella loro logica non hanno il buon governo e la buona politica - dunque il benessere dei cittadini in senso lato - ma il profitto. Privato, of course, a spese di stati e cittadini.

Perché se è vero - ed è vero - che l'ingresso della Grecia in area Euro è avvenuto grazie a brogli finanziari (per truccare i conti) operati mediante l'intervento - interessato - di grandi banche come la Goldman Sachs (nessun media ne parla, avete visto?), e se è vero - ed è vero - che le stesse grandi banche stanno oggi speculando sulla crisi greca scommettendo sul suo default grazie al mercato dei Credit Default Swap che ha ripreso a galoppare alla grande malgrado la bolla del 2007 e del 2008, è evidente che il governo del singolo Stato (in questo caso quello greco) conti poco o nulla in merito a quanto sta accadendo. Non può che fare ciò che gli chiede l'Europa (espressione prettamente economica e affaristica) e non può che sottomettersi agli attacchi finanziari delle grandi banche.

Dal punto di vista esistenziale - e chiudiamo la breve riflessione lasciando al mensile lo spazio per una analisi dettagliata - cosa sta avvenendo in Grecia è la prova generale di quanto accadrà fatalmente a diversi altri stati europei e, più in generale, di quanto accadrà tra il piccolo e ricco Nord del mondo, opulento, economicamente straricco e in grado di indirizzare la società, e il Sud diffuso, composto da chi al gioco della competizione ha perso inesorabilmente, è sfruttato da decenni se non centinaia di anni, e chi fino a poco tempo fa poteva avere il miraggio di rappresentare la fascia media, ma ora sta scivolando rapidamente nel Sud stesso.

Brutalmente: dividendi privati e socializzazione della crisi. A vincere sono sempre le Banche e a perdere sono i cittadini. Le proteste non sono solo giustificate, ma aumenteranno.


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